Obiettivo Benessere

Anziani: lo spettro della solitudine


“…tanta parte della nostra sofferenza deriva non soltanto dalla nostra situazione dolorosa, ma dal nostro sentimento di essere isolati nel nostro dolore” (Henri Nowen).

Il prolungamento dell’aspettativa di vita ha determinato, in tutto il mondo, una modificazione strutturale della popolazione, con una proporzione crescente di soggetti anziani. Questi ultimi sembrano particolarmente suscettibili al rischio di depressione: oltre i 65 anni almeno un paziente su sei visto dal medico di base ha sintomi depressivi, mentre studi epidemiologici riportano che la depressione vera e propria nella terza età si ritrova in percentuali che variano dall’1 al 35%, con i tassi più elevati nelle case di riposo e negli istituti di lunga degenza.

 In questi casi, spesso la depressione viene considerata un corollario “fisiologico” della vecchiaia, un’evocazione della morte, al contempo temuta e desiderata da chi sente prossima la fine della propria esistenza. Ne parliamo con la Dott.ssa Cristina Toni, Psichiatra del Centro Medico Visconti di Modrone.

Pensavo a questa inesorabile condanna del caricarsi e scaricarsi che è poi la vita stessa, all’inutile fatica di Sisifo, al carica-e-scarica delle energie quotidiane necessarie per arrivare alla fine della giornata, e a quelle da me spese negli anni per arrivare alla fine della vita… E a volte, così, per caso, mi viene da pensare che forse nella fine di questo affannarsi incessante sia la vera beatitudine, e dunque nella morte la vera salvezza dalla vita, la pace finalmente raggiunta. Ma sono questi forse solo i pensieri di un novantenne che nella vita troppo spesso si è caricato e scaricato e ormai è stanco e vorrebbe scaricarsi definitivamente di tutto.

(R. La Capria, Corriere della Sera, 15/3/2013)

Nell’anziano la depressione assume caratteristiche sintomatologiche peculiari: è più spesso agitato, irrequieto, lamentoso, ripetitivo nelle sue lamentele e polarizzato su sintomi fisici e disfunzioni del proprio corpo rispetto a quanto si osserva nel giovane adulto. Inoltre, frequentemente l’anziano richiede in maniera compulsiva la presenza di un familiare o di una persona fidata nell’arco di tutta la giornata; non tollera di rimanere da solo perché teme l’abbandono e la mancanza di un adeguato supporto in una situazione che percepisce precaria, prossima alla fine dell’esistenza. In condizioni particolarmente gravi, il timore dell’abbandono e della solitudine si esprime con il rifiuto di persone addette alla sua cura, ma estranee alla famiglia, ravvisando in queste stesse minacce di possibili danni alla propria salute o al proprio patrimonio. Talvolta il timore di non essere ben voluto e curato nella giusta maniera si può manifestare con deliri (false convinzioni) di furti e maltrattamenti messi in atto anche dagli stessi familiari più cari. Addirittura questi ultimi possono non essere riconosciuti, e da qui una disperazione ingravescente alimentata dalla convinzione di essere stati abbandonati nelle mani di malfattori. Il rischio di suicidio è elevato e rappresenta una via di fuga da una sofferenza intollerabile, sostenuta dalla percezione del declino somatico, associata ad uno stato di insofferenza per la condizione di solitudine, oggettiva o paventata.

Sicuramente nella patogenesi della depressione nell’anziano intervengono numerosi fattori, biologici e psicosociali. L’invecchiamento del cervello, con la riduzione del numero dei neuroni, delle connessioni inter-neuronali, dei neuromediatori e con il sopraggiungere di fenomeni degenerativi rendono il sistema nervoso più esposto al rischio di questo tipo di patologia. La concomitanza di malattie internistiche e neurologiche contribuisce ad aggravare la situazione. Anche molti farmaci utilizzati per le patologie internistiche intervengono nella genesi della depressione, dagli antipertensivi agli analgesici, ai chemioterapici, ai sedativi.

Al contempo, la perdita del ruolo sociale, dell’autonomia, la morte di parenti ed amici, l’aumento dell’isolamento, la riduzione delle capacità lavorative, la mancanza di supporti sociali concorrono a rendere l’anziano particolarmente fragile dal punto di vista emotivo e suscettibile alla depressione.

La solitudine, in particolare, può provocare profonde modificazioni della qualità della vita e incidere negativamente su capacità funzionali, sonno e condizioni di salute psicofisica.

Un gruppo di studiosi (Cacioppo e collaboratori, 2014) ha messo in evidenza come in soggetti anziani in condizioni di isolamento si instauri un’alterazione del funzionamento dei leucociti, tale da ridurre le capacità di difesa contro virus e infezioni in genere. L’indebolimento del sistema immunitario, dal canto suo, favorirebbe il ritiro sociale e il progressivo isolamento.

In uno studio del 2015 di ricercatori americani (Bangerter e collaboratori, 2015), su una casistica di oltre 300 anziani, si è messo in evidenza come buone relazioni familiari e la persistenza di un ruolo attivo all’interno del nucleo familiare rappresentino un fattore protettivo contro la depressione e la salute mentale in generale.

D’altra parte, è noto come lo sradicamento dell’anziano dal suo ambiente per un ricovero in ospedale o in una struttura residenziale si associ quasi invariabilmente a stati confusionali, depressione, agitazione e ad un peggioramento complessivo dello stato di salute.

Quindi, le evidenze cliniche ed epidemiologiche riconoscono nella solitudine un fattore determinante per la genesi e l’aggravamento della depressione nell’anziano e, più in generale, per lo scadimento dello stato di salute psicofisica e la riduzione dell’aspettativa di vita.

Ne consegue che, oltre ai necessari interventi farmacologici, la relazione con i familiari, le persone care, il terapeuta e i care-givers rappresentano uno strumento essenziale per superare il vuoto imposto dalla depressione e dalle altre malattie. 

Silvia Trevaini

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