Obiettivo Benessere

Aiutiamo l’anziano a sentire

(ma dobbiamo capire perché non sente)

Un mondo di audiologi si è da sempre dedicato allo studio della perdita uditiva legata all’età (presbiacusia in termine tecnico) con infiniti contributi scientifici e altrettanti suggerimenti. L’incredibile è costituito dal fatto che è tutto chiarissimo e documentato, ma il problema resta spesso di difficile soluzione. E’ noto che la perdita uditiva che si determina con il passare degli anni non prevede una cura medica e tanto meno chirurgica. Si avvantaggia soltanto dall’aiuto che viene dato da una protesi acustica. Ecco allora che compare una serie di problemi, alcuni dei quali banali e insignificanti, altri assolutamente seri al fine di garantire una buona resa della protesi. Ne parliamo con il Dott. Roberto Barocci, specialista otorinolaringoiatra del Centro Medico Visconti di Modrone.

E’ chiaro che se diventa prioritaria l’esigenza del “si vede, non si vede”, solo da una parte o in entrambi gli orecchi, chiara o scura, compatibile con l’acconciatura o con gli orecchini e altro di questo genere, allora il problema non sussiste: quella protesi non è da proporre in quanto manca una reale motivazione. Esiste poi una serie di valutazioni che devono essere fatte prima della protesizzazione e della scelta della protesi stessa. Innanzi tutto non dobbiamo dimenticare che la protesi è il rimedio sanitario di una non funzione di un organo, quindi è l’equivalente di un farmaco. Pertanto è opportuna una stretta collaborazione tra l’audioprotesista e lo specialista. Iniziando con la corretta esecuzione della valutazione della perdita uditiva. Questa non deve avvenire utilizzando toni puri in una cabina silente: la protesi serve per sentire le parole e le frasi nel contesto di tanti rumori di fondo. E questo deve essere studiato dall’audiometrista: parole o frasi presentate contemporaneamente a rumori o ad altre frasi per valutare quello che realmente interessa: la resa protesica nella vita di tutti i giorni, ovvero quanto il soggetto guadagna dall’aiuto della protesi. E il sistema è assolutamente semplice; mantenere costante l’intensità della parola o frase che il paziente deve ripetere e contemporaneamente aumentare l’intensità del rumore o della frase di competizione. Da qui emerge la soglia di guadagno protesico. Naturalmente tutto il test consente una contemporanea valutazione del grado di “aggressività” del paziente, cioè di quanto impegno è profuso nell’accettazione della protesi. Nella vita, e questo è un inserimento legato a studi personali fatti negli anni settanta, esiste sempre una quota di inspiegabile. Nello specifico, si può mandare una frase in un orecchio e il rumore in entrambi, oppure si può mandare la stessa frase in entrambi gli orecchi e anche il rumore in entrambi. Bene, contro tutte le aspettative e le logiche, l’anziano sente meglio quando il rumore è in entrambi gli orecchi e la frase in uno soltanto. Con alcuni allievi abbiamo studiato a fondo il fenomeno: al momento non si ha risposta. Resta però il fatto che una protesizzazione bilaterale nella vita di tutti i giorni (diversa dalle nostre condizioni sperimentali), garantisce il vantaggio dell’orientamento della provenienza del suono e, soprattutto, nella vita sociale consente un colloquio sereno con l’amico di destra e quello di sinistra, senza dover girare la testa. Nel tempo futuro faremo una valutazione della scelta del tipo di protesi acustica (retroauricolare, intrauricolare, etc); è un aspetto secondario alla corretta valutazione della perdita uditiva, di quanto la protesi può far recuperare e…. del reale desiderio di sentire di più.

“Sentire di più”: non esiste protesi che ci faccia sentire di più ciò che ci piace e ci rende felici e sentire molto di meno ciò che sarebbe bene non sentire. E’ per questo che non spingo mai l’utilizzo della protesi oltre i limiti della corretta informazione scientifica.

 

Silvia Trevaini

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