Omocisteina: un killer silenzioso

di Dr Sacha Sorrentino, biologo nutrizionista IMBIO
 
Molto spesso trascurato o sottovalutato soprattutto dagli addetti ai lavori, l’aminoacido omocisteina è in realtà uno dei fattori principali da considerare in pazienti con problematiche cardiocircolatorie. L’eccesso di questa molecola (iperomocisteinemia) è in grado di aumentare il rischio di infarto,ictus ed ischemie indipendentemente dal consumo eccessivo di grassi, dal fumo di sigaretta o dall’ ipertensione arteriosa. Non solo la componente cardiologica, ma numerosi studi hanno evidenziato come questa molecola influenzi anche le funzioni del sistema nervoso e delle ossa, aumentando la produzione dei radicali liberi del conseguente stress. Nelle donne in gravidanza, inoltre elevati livelli di omocisteina sono correlati all’aumento di aborti spontanei e ripetuti ed al distacco prematuro della placenta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato come normali valori per l’uomo inferiori ai 13 micromoli/litro e per la donna inferiori a 10,1
micromoli/litro. Le cause di iperomocisteinemia non sono solo legate allo stile di vita e alle abitudini alimentari, ma anche a fattori genetici. Una dieta ricca di vitamina B6, B12 ed acido folico può ridurre notevolmente le concentrazioni di questo aminoacido nel rischio, riducendo moltissimo i fattori di rischio. Pesce, carne, frutta e verdura sono ricche di vitamine B. Il consiglio è quello di consultare sempre uno specialista del settore della nutrizione evitando le diete fai da te. Esiste anche una certa familiarità e quindi ereditarietà per l’iperomocisteina.
Gli studiosi hanno evidenziato come esistono due varianti del gene MTHFR
che predispongano ad un aumento dell’omocisteina. E’ possibile tramite un semplice brush salivare, quindi uno spazzolino che preleva DNA dalle cellule di sfaldamento della mucosa orale, verificare la predisposizione a questa
condizione. Consigliamo di effettuare il test del DNA (che ricordiamo si effettua una sola
volta nella vita) a chi presenta familiarità per patologie neurodegenerative, cardiovascolari o per osteoporosi o elevati livelli di omocisteina nel dosaggio su sangue.
 
 
 

Viaggio all’interno del corpo: alla scoperta della flora batterica intestinale

di Davide Iozzi, Biologo nutrizionista, esperto in nutrizione umana, collaboratore dell’Istituto di Medicina Biologica (I.M.Bio) di Milano.

Resi famosi negli ultimi anni anche ai non addetti ai lavori, lo studio degli enterotipi è il nuovo modo di guardare alla salute della persona attraverso la composizione della propria flora intestinale. Considerando che il 95% della serotonina, l’ormone del benessere, è prodotto a livello intestinale e che l’intestino può dare asilo, oltre alla normale flora batterica, anche a lieviti, parassiti e funghi, è chiaro come la ricerca scientifica stia spingendo verso esami che siano il più accurati e specifici possibile, allo scopo di selezionare i microorganismi responsabili delle più comuni patologie.

Le ultime ricerche scientifiche hanno portato alla conferma del fatto che,
nonostante esistano miliardi di batteri all’interno dell’intestino, è possibile effettuare una
classificazione dell’assetto intestinale batterico suddividendo gli individui in 3 enterotipi diversi, con caratteristiche ben definite: il primo enterotipo è caratterizzato dall’abbondanza di batteri del genere BACTEROIDES e da una maggior produzione di vitamine del gruppo B e acido ascorbico (vitamina C) ed è correlato ad un aumentato stato di infiammazione che può coinvolgere non solo l’intestino ma anche altri organi. La presenza di questa tipologia batterica è correlata ad un’alimentazione troppo ricca di proteine e grassi di origine animali e povera di fibre; per questo
motivo, per l’Enterotipo I si consiglia l’assunzione di una maggior quantità di frutta, verdura e alimenti integrali.
Il secondo Enterotipo è caratterizzato dall’abbondanza di batteri del genere PREVOTELLA e da una maggior produzione di tiamina (vitamina B1) e acido folico (vitamina B9). E’ correlato anche ad un aumentato rischio di sviluppare candidosi intestinale, una situazione infiammatoria causata dal fungo Candida, capace di dare sintomatologie diverse come prurito perianale o genitale, bruciore, cistite, alito cattivo, patina bianca sulla lingua, onicomicosi, prurito del cuoio capelluto, alopecia, stanchezza cronica, sbalzi di umore, desiderio di dolci, alcol e prodotti lievitati, etc.

Un eccesso di Prevotella è associato ad un’alimentazione ricca in carboidrati e per tale motivo per l’Enterotipo II si consiglia di moderare il consumo di dolci, zuccheri e alimenti lievitati, preferendo cereali integrali e prodotti privi di lieviti.

Il terzo e ultimo enterotipo è caratterizzato dall’abbondanza di batteri del genere
RUMINOCOCCUS e dalla produzione di sostanze coinvolte nella modulazione del sistema
immunitario, chiamate citochine. Questo enterotipo è correlato ad un maggior rischio di aumento di peso e di sviluppo di sindrome metabolica. Chi presenta questo enterotipo ha spesso un’alimentazione ricca in zuccheri semplici e dolci; per questo motivo per l’Enterotipo III si consiglia di preferire frutta e verdura a basso indice glicemico e cereali integrali.

Presso il Centro di Medicina Biologica di Milano (I.M.Bio), in via Molino delle armi 3, è possibile effettuare la ricerca su feci dell’rna 16s batterico, una sorta di “impronta digitale” capace di distinguere le singole specie batteriche e determinare quindi l’enterotipo personale. Sono anche disponibili pannelli per la ricerca dei batteri capaci di creare stati infiammatori o patologici ed un pannello dedicato alla sindrome dell’intestino irritabile, esami specifici in grado di dare chiare risposte nei casi di problematiche intestinali cronicizzate nel tempo e/o refrattarie ai comuni trattamenti farmacologici.

Sai cosa sono le intolleranze alimentari?

di Alessio Tosatto, Nutrizionista IMBIO

Spesso ci capita di soffrire di disturbi generali, ma ricorrenti e persistenti come gonfiore, stitichezza, mal di testa e stanchezza cronica. Questi disturbi si protraggono per anni, senza trovare alcun sollievo dalle cure e senza immaginare che tutto ciò potrebbe essere la conseguenza di un’intolleranza alimentare. Fattori come stress, terapie farmacologiche, infezioni batteriche, virali o micotiche possono abbassare il livello di tolleranza e difesa, favorendo lo sviluppo di infiammazioni dovute al cibo. Questi fenomeni sono però sempre associati ad abitudini alimentari scorrette: l’intolleranza alimentare è infatti una reazione avversa causata dall’eccessiva introduzione nel nostro corpo della stessa sostanza, ad esempio un alimento. Quando questi cibi non tollerati vengono assunti con elevata frequenza, si crea un accumulo di sostanze che danno luogo a diversi disturbi. L’organo coinvolto in prima battuta è l’intestino, che a sua volta coinvolge il sistema immunitario, scatenando reazioni infiammatorie. Le sostanze infiammatorie prodotte, poi, si riversano nel sistema circolatorio, andando a creare uno stato di infiammazione cronica in più distretti dell’organismo. La sintomatologia spazia su più fronti andando a toccare diverse aree del corpo umano: dall’apparato respiratorio (rinite, sinusite, tosse, asma), all’apparato gastro-enterico (colite, gonfiore, stitichezza, dissenteria, dolori addominali, gastrite), dall’apparato genito-urinario (cistite, prostatite, vaginite), all’apparato muscolo-scheletrico (crampi, spasmi, dolori ossei e muscolari), dall’apparato endocrinologico (variazioni di peso), alla pelle (eczema, orticaria, acne, prurito, dermatite atopica, psoriasi). Essendo il quadro sintomatologico così vasto, risulta evidente quanto sia importante conoscere le proprie sensibilità agli alimenti. Il test ALCAT mediante un semplice prelievo di sangue venoso permette di individuare l’alimento o la famiglia alimentare a cui si è intolleranti; una gestione a rotazione impostata da esperti in nutrizione può portare ad un miglioramento della sintomatologia in tempi brevi. Una successiva rieducazione alimentare permette di acquisire le basi per avere un’alimentazione equilibrata che consenta di sentirsi bene e a proprio agio.

Attenzione alla candida!

di Sacha Sorrentino, Nutritional Sport Expert, IMBIO

Voglia di dolci? Aumento di peso? Sensazione di gonfiore? Difficoltà digestive? Disturbi della pelle?

Dopo le abbuffate natalizie attenzione alla candida…

La candida è un fungo che fa parte della nostra flora batterica intestinale. Si localizza nelle mucose dell’intestino, dei genitali e del tratto urinario.  La sua concentrazione è regolata sia  dal sistema immunitario e dalla flora batterica intestinale che dall’alimentazione.

In condizioni di stress, il fungo può trasformarsi in patogeno, alterando l’equilibrio dell’organismo e  causando una serie di disturbi. I principali riguardano la sfera gastrointestinale e genitale: rallentamento della digestione con sensazione di gonfiore addominale, dolori del basso ventre, irregolarità intestinale con episodi di colite, prostatiti, cistiti, infezioni vaginali croniche; molti riguardano l’aspetto metabolico, con incremento del peso o al contrario perdita, in seguito al malassorbimento intestinale; altri riguardano la sfera dermatologica-immunitaria con allergie, prurito sul cuoio capelluto o eczemi.

La dieta e quindi la cura dell’alimentazione risultano utili sia nella cura della patologia che nella prevenzione. I banchetti natalizi rappresentano uno dei periodi più critici dell’anno per lo sviluppo di questo fungo. Un’alimentazione priva di fibre e ricca di prodotti raffinati, latticini e lievitati crea un ambiente di tipo fermentativo che favorisce la crescita della candida. Una delle strategie vincenti è moderare il consumo di alcolici, pane e pasta con farina 00, riso bianco o latticini freschi negli individui soggetti a candidosi e preferire il consumo di prodotti integrali e ricchi di fibre.

Oltre che con l’aspetto nutrizionale è possibile prevenire lo sviluppo di candidosi attraverso la mappatura del nostro microbiota. Tramite un analisi delle feci è possibile fare una fotografia del nostro intestino e capire di quali ceppi batterici siamo carenti e di quali abbondanti e personalizzare la cura.

Il testosterone: Un prezioso alleato di salute maschile

di Davide Iozzi, Biologo nutrizionista, esperto in nutrizione umana, collaboratore dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva (I.M.Ge.P.) di Milano.

Capita spesso di sentir parlare di variazioni ormonali, soprattutto di cortisolo (l’ormone dello stress) e di estrogeni, dal momento che i sintomi da carenza o eccesso di tali ormoni sono spesso visibili e compromettono la qualità di vita della persona. Meno comune è sentir parlare del dosaggio di testosterone, dal momento che è credenza comune ritenere che tale squilibrio riguardi solo coloro che soffrono di impotenza o di eccessiva perdita di capelli.  Eppure una mutata liberazione di testosterone ha conseguenze a livello locomotore, cardiovascolare, sessuale, pscichico e comportamentale.

Il testosterone, nell’uomo, viene prodotto naturalmente da cellule specializzate, chiamate cellule di Leyding, presenti nei testicoli sotto stimolo dell’ipofisi, un’area del cervello che produce un ormone stimolante chiamato LH.

La sua concentrazione nella giornata non è costante, presenta infatti un picco massimo alle 8 di mattina e tocca il minimo alle 8 di sera. Decresce inoltre con l’età, già a partire dai 30 anni.

Sintomi da carenza di questo ormone sono la diminuizione di massa muscolare e ossea, l’aumento di grasso corporeo, una scarsa produzione di globuli rossi con conseguente cattiva ossigenazione dei tessuti, aumento di pressione con conseguente aumento di rischio cardiovascolare, aterosclerosi, stanchezza, spossatezza, impotenza e depressione. In soggetti predisposti può portare anche ad un aumento di rischio di sviluppare diabete di tipo II.

Se tale carenza diventa cronica si parla di sindrome PADAM (Partial Androgen Deficiency in Aging Male), chiamata impropriamente “Andropausa”, che si manifesta con livelli molto bassi di testosterone. Tale sindrome può essere dovuta ad alterazioni fisiologiche a carico dei testicoli o a carico dell’ipofisi, spesso correlati all’avanzare dell’età. A differenza del climaterio femminile, che si concretizza in una finestra temporale ristretta, il calo di testosterone legato all’età si manifesta in forma lenta e progressiva, a partire dai 50 anni di età e porta come sintomatologia ad un aumento di peso, una riduzione della massa ossea e muscolare e alla presenza di un quadro anemico, a causa della minor produzione di globuli rossi.

La carenza di testosterone, tuttavia, si può manifestare anche in età giovanile. La porzione di ormone capace di svolgere il proprio lavoro è infatti definita “testosterone libero” ed è importante testarla nelle analisi del sangue oltre al testosterone totale, se si vuole tracciare un quadro clinico di effettiva carenza di tale ormone.

La maggior parte del testosterone, infatti, viaggia nel sangue legato ad una categoria di proteine, definite SHBG, che ne neutralizza l’efficacia di azione: testando solo il testosterone totale, quindi, si rischia di contare anche queste molecole inattive e quindi di non riuscire a diagnosticare in modo corretto l’eventuale carenza.

Da tenere a mente, infine, è la presenza di un enzima, chiamato aromatasi, prodotto dalle cellule del tessuto adiposo, capace di convertire il testosterone in estrogeno e portando ai citati sintomi da carenza di testosterone.  Tra i fattori di rischio che possono portare a tale condizione, quindi, oltre all’avanzare dell’età e alla diminuità attività dell’ipofisi, vi sono anche la presenza di una condizione di obesità o sovrappeso e il fumo di sigaretta che sono tra le cause di un aumento di aromatasi nel corpo.

Per aumentare i livelli di testosterone, oltre chiaramente alla terapia ormonale nei casi indicati o all’integrazione esogena, è possibile aumentare i livelli circolanti di questo ormone aumentando la porzione proteica nei pasti, evitando alcol, aceto, caffeina e zuccheri semplici, moderando il consumo di latticini e preferendo il consumo di frutta e verdura a basso indice glicemico.

Fino ad oggi i livelli di testosterone potevano essere misurati solo attraverso prelievo di sangue, ma grazie a nuovi e più sofisticati strumentazioni è da oggi possibile misurarlo attraverso la saliva, grazie la masticazione di un semplice tampone. Tale metodo renderà molto più semplice la rilevazione di un eventuale carenza o eccesso di testosterone.

Ultima e doverosa nota è da fare per quanto riguarda il testosterone in ambito femminile, dal momento che tale ormone non è di esclusiva produzione maschile. In questo caso un eccesso di testosterone nella donna può portare a problematiche di irsutismo, abbassamento del timbro di voce, eccessivo sviluppo muscolare, ipotrofia mammaria e anomalie mestruali.

Aiuto, il cortisolo!

di Sacha Sorrentino,  Esperto di Nutrizione Sportiva IMBIO

Ti senti gonfio? Fai fatica a perdere peso? Non riposi bene? Hai cali di umore e di desiderio sessuale?

Forse è meglio controllare il cortisolo, l’ormone dello stress.

Il nostro corpo produce, attraverso le ghiandole surrenali, grosse quantità di questa sostanza al mattino e  diminuisce durante il giorno, raggiungendo il livello minimo al tardo pomeriggio e alla sera. Questo andamento “circadiano” è il risultato dello stile di vita dei nostri antenati. Nell’era delle caverne, l’uomo preistorico per cacciare e procurarsi il cibo era solito svegliarsi alle prime ore del mattino con la luce del sole. Questo istinto di sopravvivenza ha portato il nostro ritmo biologico ad essere molto attivi al mattino e meno alla sera.

Il cortisolo è infatti considerato un ormone vitale, in grado di regolare molte funzioni del nostro corpo,  influenzando infatti il metabolismo dei carboidrati, dei grassi e delle proteine.  

Se in passato il cortisolo è stato un prezioso alleato per la sopravvivenza e per la salvaguardia della specie, oggi il significato di questo ormone viene spesso associato ad una sfera negativa, ovvero quella dello stress. I nostri antenati hanno sfruttato la capacità di rispondere ad una situazione di allerta o di bisogno come una reazione necessaria per sopravvivere. Lo stile di vita della nostra società ha invece ribaltato come detto in precedenza l’interpretazione di questo ormone. La sedentarietà, l’eccessivo consumo di caffeina,  il salto dei pasti, la ricerca di alimenti raffinati e super calorici sono solo alcune delle cause di una eccessiva produzione di cortisolo. Il risultato finale? Un’ alterazione dell’equilibrio ormonale con difficoltà a perdere peso, un aumento del rischio di diabete, un calo dell’umore, una stanchezza cronica e il fallimento di qualsiasi piano nutrizionale.  Come possiamo prevenire o migliorare questa situazione?  Possiamo verificare i livelli del nostro ormone attraverso un banalissimo test salivare. Basterà masticare 4 tamponi negli orari di picco: alle 7, alle 13, alle 17 ed alle 23. In seguito al risultato del test, verrà poi valutato un percorso individuale  che parte dalla corretta nutrizione, eliminando i grassi cattivi, preferendo gli alimenti di stagione ed evitando i prodotti raffinati,   alla pratica dello sport, evitando di immobilizzare il nostro metabolismo ed infine termina con la conoscenza e la cura dei nostri liimiti fisici.