Io mangio diversamente

Moda, fissazione per raggiungere la perfetta forma fisica, o un vero e proprio stile di vita. Sono tanti motivi che spingono le persone a dire “Io mangio in modo diverso”. Abbiamo affrontato questo argomento insieme al Dottor  Carlo Bertoli, del centro Medico Visconti di Modrone di Milano. Vediamo cosa ci ha raccontato…

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Dottor Carlo Bertoli, del centro Medico Visconti di Modrone di Milano

“Davvero? Diversamente da chi, da cosa?

Ma è ovvio: diversamente e basta!

Viviamo in un mondo dove le parole hanno ormai una propria vita autonoma indipendente dal loro significato.

Risulta offensivo, infatti, parlare di un cieco: chiamiamolo pure non vedente.

Guai riferirsi al termine handicappato: l’handicap non esiste più, è stato sostituito prima da una ancora improvvida disabilità ed infine dalla più “civile” diversa abilità.

Se fossimo un po’ meno ipocriti, io credo che basterebbe trattare le succitate categorie soltanto con il rispetto che meritano, fregandosene altamente di definizioni che ormai, a mio parere, hanno superato la soglia del ridicolo.

In campo nutrizionale avviene la stessa cosa poiché il mercato è portato ad offrire ciò che il pubblico richiede, indipendentemente dal fatto che questo abbia o no ragion d’essere. In un momento come questo di crisi politica, religiosa, culturale ed economica, la gente è sempre più alla ricerca di qualcosa che riempia quella immane voragine d’insicurezza che la pervade. Come in tutte le epoche moralmente di declino, prosperano profeti, maghi, santoni e truffatori di ogni specie.

L’alimentazione viene così coinvolta poiché da sempre correlata alla vita religiosa e sociale delle popolazioni: non vi è religione, infatti, che non preveda precetti alimentari. In questa ottica l’aderire ad un gruppo che si nutre in un certo modo crea un vincolo di appartenenza che rassicura, esattamente come da ragazzi ci dava un senso di affiliazione avere tutti scarpe, jeans o quant’altro della stessa griffe.

Chiaramente le aziende alimentari, sempre alla ricerca di nuove fette di mercato, manipolano e utilizzano le necessità emotive del momento per far breccia più facilmente presso certe fasce di pubblico: prova ne sia il fatto che proprio in questi giorni gira la pubblicità di una famosa azienda alimentare che per pubblicizzare i propri prodotti deve specificare che sono utilizzati da una coppia gay. Mi domando ora come possa cambiare il valore aggiunto di un prodotto usato da un gay, da un eterosessuale o da un marziano…

Il mangiar diverso, quindi, altro non è che un’omologazione di gruppo alla ricerca di una propria piccola, rassicurante individualità che ci ponga al sicuro e a distanza da questo brutto mondo cattivo.

Ecco allora rifiorire come per incanto, vecchie credenze nutrizionali popolar religiose ora riproposte corredate di ipotetiche proprietà anti ossidante, anti tumorali ed in ogni caso salvifiche.

Io non mi permetto di contrastare questa o quell’altra affermazione poiché, paradossalmente, è assai più facile discutere riguardo ad un razionale sbagliato piuttosto che smentire concetti dal razionale inesistente. Se guardiamo bene a fondo, certe affermazioni roboanti, siano esse pronunciate da improbabili scienziati giapponesi o da anziani ex luminari di casa nostra, non portano a loro suffragio nessun tipo di dato certo.

Ci si basa quindi soltanto sulla notorietà di questo o quel personaggio per avallare tesi che spesso, probabilmente, nascondono soltanto interessi economici.

Per essere molto più chiari, vorrei fare il mio punto personale sull’argomento “proteine animali”: è indubbio che l’aumento dell’apporto proteico nei secondi cinquant’anni del secolo scorso ha determinato un evidente miglioramento complessivo della qualità di vita della popolazione italiana. A supporto di tale mia affermazione esiste una bibliografia infinita che qualcuno dovrebbe andare a rivedere, anche se non intendo con questo dire che una dieta iperproteica sia opportuna o non possa diventare addirittura dannosa.

In medio stat virtus.

Mi chiedo allora se questa campagna denigratoria nei confronti delle proteine animali nasca veramente dal desiderio di salvaguardare la salute della popolazione o piuttosto dalla necessità di giustificare una riduzione di apporto per questioni di risparmio economico. Non dobbiamo dimenticare infatti che le regole generali che presiedono al controllo dell’alimentazione non hanno lo scopo di insegnare alla “sciura Maria” a fare la spesa, bensì a regolare contratti di fornitura per mense, ospedali, scuole e ristorazione collettiva nel complesso. Come ho già avuto modo di rilevare in altre occasioni, parlare di una variazione di fabbisogno di un 1% in più o in meno di proteine, determina, in un’ottica macroeconomica, ingenti oscillazioni di spesa: non c’è quindi da stupirsi se l’informazione viene utilizzata per modificare i desideri del consumatore ed adeguarli alla possibilità di offerta.

Assai più grave però è quando si toccano argomenti molto delicati come i tumori, per ottenere risultati importanti; non può infatti sfuggire ad alcuno il forte impatto emotivo che certe affermazioni determinano. Per questa ragione mi sento quindi di condannare apertamente chiunque strumentalizzi informazioni non comprovate riguardo ai tumori, luminare o … lumicino che sia!

In conclusione, come da sempre sostengo, non esistono alimenti che fanno di per sé male o bene, bensì una strategia complessiva che ne armonizza l’assunzione. Non si devono demonizzare i prodotti industriali solo perché “non naturali”, non si possono elevare agli altari alimenti “naturali” soltanto per la loro provenienza.

Ricordatevi sempre che la cicuta è un prodotto estremamente naturale ma se lo chiedete a Socrate, vi dirà che non fa tanto bene!”

 

Silvia TrevainiSilvia Trevaini

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