La depressione: in cerca di una definizione

Questa perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere, pareva riuscire alle occasioni e ai pretesti da una zona profonda, inespiabile …….

Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato…

                                                                                  Gadda, La cognizione del dolore

Nonostante che negli ultimi trenta anni si sia parlato diffusamente di depressione come entità clinica, a tutt’oggi i parametri di definizione di questa condizione continuano a presentare margini di incertezza. Nel linguaggio comune il termine depressione è usato in modo intercambiabile con tristezza, lutto, malinconia, angoscia, noia, inquietudine e la maggior parte delle persone non ha ben chiaro come possa essere distinta la condizione patologica da altre emozioni condivise da tutti gli esseri umani.

Ne parliamo con la Dott.ssa Cristina Toni, specialista psichiatra del Centro Medico Visconti di Modrone.

Dott.ssa Cristina Toni

In una prospettiva evoluzionistica, ogni emozione ha una funzione adattiva, che si esprime a tre livelli. Innanzitutto, le emozioni consentono una rapida attivazione dei comportamenti adatti a fronteggiare la situazione in cui l’individuo si viene a trovare, in secondo luogo attivano processi di esplorazione e di valutazione delle circostanze ambientali e dei propri mezzi, in modo da poter fronteggiare nel miglior modo possibile eventuali avversità o situazioni non routinarie, ed infine facilitano la comunicazione dei propri sentimenti agli altri, anche con un linguaggio non verbale (rossore, tremore, variazioni della mimica e della postura, ecc.), in modo da facilitare alleanze e trovare il necessario sostegno. Oltre un certo limite, le emozioni possono perdere la loro funzione adattiva e creare disagio, impaccio, paralisi nelle scelte e nei comportamenti, malesseri fisici, tanto da configurare veri e propri quadri patologici.

Reazioni depressive fisiologiche sono la tristezza, il blues e il lutto. La tristezza è una risposta alle avversità, consustanziale con l’essere umano, ed ha una funzione adattiva, con durata temporale limitata. Il lutto è una reazione alle perdite, quali morte di una persona cara, separazione da un partner, allontanamento da un ambiente familiare, come durante le emigrazioni o le guerre. Nel lutto, per quanto esperienza di intenso dolore, viene mantenuta la capacità di reagire agli stimoli esterni: arreca conforto la vicinanza di un familiare, di un amico, di un confidente; si continua a far fronte ai propri impegni familiari e lavorativi, al contrario di quanto avviene nella depressione. Nel lutto, inoltre, non ci sono segni di rallentamento motorio e dei riflessi, mancano idee di autosvalutazione, di inadeguatezza e rara è l’ideazione suicidaria. Tuttavia, il dolore da lutto si può approfondire al punto da sfociare in una reazione depressiva: sintomi precursori di una tale evoluzione sono la cosiddetta mummificazione (vale a dire la volontà di tenere gli oggetti appartenuti al defunto così come erano prima della morte) e reazioni emotive e comportamentali eclatanti agli anniversari della perdita.

Il blues consiste in sentimenti di tristezza ed inquietudine che insorgono a seguito di variazioni ormonali (nel post-partum, in fase premestruale, dopo un rapporto sessuale) o di abitudini di vita (durante le vacanze, le festività, gli anniversari) ed hanno una durata limitata.

In tutte queste condizioni fisiologiche, a meno che non si vadano a complicare, viene mantenuto un adeguato livello di funzionamento lavorativo e adattamento familiare e sociale.

Nella depressione, invece, il soggetto vede ridotte o annullate le proprie capacità lavorative e di interazione con il mondo esterno, con una frattura evidente tra lo stile di vita precedente e la nuova condizione esistenziale. Anche qualitativamente il dolore della depressione è più profondo e fissamente inamovibile, al contrario delle altre situazioni di sofferenza, in cui è possibile fare una breccia con stimolazioni esterne. Chi ha provato la depressione, riconosce come completamente diverse le esperienze di tristezza fisiologica da quanto sperimentato durante la malattia.

La depressione come entità clinica contempla alcune caratteristiche peculiari dal punto di vista emotivo, cognitivo, comportamentale e neurovegetativo.

Il soggetto con depressione è costantemente pronto a cogliere segnali negativi nell’ambiente e nella propria esistenza, non è capace di intravedere la minima possibilità di miglioramento della sua condizione, non prova soddisfazione nell’anticipazione e nella consumazione di ogni fonte di piacere, non percepisce sensazioni, è appiattito dal punto di vista emotivo e talora può presentare la cosiddetta depersonalizzazione affettiva, vale a dire la sensazione di non provare affetto e attaccamento verso le figure più care.

Dal punto di vista cognitivo, il depresso esprime idee di inutilità, di fallimento, di inadeguatezza, di colpa, sentendosi responsabile per tutti gli inconvenienti e le avversità capitati a lui e alla sua famiglia, talora con deliri di rovina (convinzione inamovibile di essere responsabile di disgrazie, fallimenti).  Non ha speranze, pensa di avere perso ogni possibilità di recupero, e in alcuni casi il suicidio è visto come l’unica possibilità di uscita da un dolore così insopportabile e immodificabile.

Per quanto riguarda la sfera motoria, la depressione si può associare a irrequietezza, incapacità a rilassarsi, agitazione o al contrario rallentamento, latenza nelle risposte, nelle reazioni, fino a quadri di assoluta immobilità, tanto da richiamare quanto si osserva nel paziente con morbo di Parkinson.

Anche alcune funzioni vegetative risentono della depressione: l’appetito si riduce o aumenta in modo incontenibile, il sonno può essere ridotto, superficiale, meno riposante, solitamente con risvegli precoci, nelle prime ore del mattino, o al contrario, in alcune forme, può essere prolungato per molte ore. Comunque sia, è ridotto il sonno profondo e prevalgono le fasi REM, in cui si esplica l’attività onirica. Solitamente il paziente depresso sta meglio la sera, quando si conclude la giornata, al contrario di quanto avviene nella tristezza che tende ad approfondirsi proprio nelle ore serali. Anche i cambiamenti stagionali possono influire su esordio e decorso della depressione; soprattutto durante l’autunno, con la riduzione delle ore di luce, in soggetti predisposti può aumentare il rischio di questa patologia.

Esistono vari sottotipi di depressione, distinguibili in base alle caratteristiche sintomatologiche (depressione ansiosa, depressione agitata, depressione rallentata, ecc.) o al decorso (episodio singolo, depressione ricorrente –se tende a ripresentarsi più volte nel tempo-, depressione bipolare –quando si alterna a fasi contropolari di euforia o eccitazione-).

Mentre la tristezza è una esperienza condivisa da tutto il genere umano, la depressione come malattia colpisce circa il 5% della popolazione, ed ha una genesi multifattoriale. Innanzitutto il soggetto deve avere una predisposizione biologica, come dimostrato da studi di genetica e da altre ricerche neuroscientifiche, sulla quale possono sovraimporsi concause o fattori slatentizzanti, quali eventi esistenziali, più o meno stressanti o traumatizzanti, o situazioni conflittuali che in altri soggetti si limitano a suscitare reazioni di tristezza.

 

trevaini50Silvia Trevaini

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