Addio al grasso superfluo con la crioliposi

Pratica recente e non invasiva, è usata per ridurre gli strati sottocutanei di grasso nel body contouring, come alternativa alla liposuzione. 
Le procedure di body contouring sono sempre più frequenti a livello globale nella pratica quotidiana delle estetica medica e in tale ambito riveste un ruolo fondamentale la rimozione delle adiposità localizzate. Non deve pertanto stupire che negli ultimi anni vi sia stata una rapida e significativa evoluzione tecnologica e tecnica delle metodiche utilizzate allo scopo, che hanno affiancato la storica liposuzione sino, talora, a sostituirla. Limitandoci alle procedure non invasive è il caso per esempio dell’ utilizzo di sistemi laser, radiofrequenza e ultrasuoni oppure della criolipolisi. Sono tutte tecniche che sfruttano le peculiari proprietà fisiche del grasso che lo differenziano dai tessuti circostanti, inducendo una rimozione selettiva.
Operando una distruzione termica o per cavitazione degli adipociti oppure provocando la formazione di pori temporanei nelle membrane degli adipociti, tali procedure determinano la riduzione del numero degli adipociti e, in ultima analisi, dello strato del grasso corporeo. Non sono pochi i vantaggi rispetto alle procedure più invasive: facilità d’uso, minimi e transitori effetti collaterali (quelli maggiormente riscontrati sono arrossamenti, edema e sensazione di insensibilità che si risolvono entro poche settimane dal trattamento) e soprattutto ridotto o nullo e recupero post operatorio.  Ho già parlato della crioliposi , ma oggi voglio approfondire l’argomento a livello tecnico insieme alla dottoressa Gabriela Stelian, specialista in chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica. Continua a leggere

Chimica casalinga

Le case italiane in media contengono 15 litri di sostanze tossiche che sprigionano nell’aria composti organici volatili. Detersivi, profumatori per ambienti, candeggianti, sbiancanti, pesticidi contro gli insetti, deodoranti: questi prodotti portano con sé innegabili disagi: irritazione alle vie respiratorie, agli occhi, arrossamenti della pelle . Negli Stati Uniti il 10% di tutte le segnalazione di esposizione a ingredienti tossici segnalati all’Ente federale per il controllo dei Velini riguarda detersivi domestici. E sempre negli States, l’Environmental Protection Agency (EPA)  riferisce che l’aria all’interno di una normale abitazione è da 2 a 5 volte più  inquinata rispetto all’aria dell’esterno. Altri studi ci dicono che questi prodotti potrebbero causare problemi riproduttivi, nello sviluppo dei bambini, alle via respiratorie, dermatologici.

Via quei tre, troviamo i sostituti

Che cosa fare allora ? Certamente passare dei classici detersivi a quelli ecologici certificati è il primo importante passo: il secondo consiste nell’eliminare subito 3 prodotti che forse hai  ancora a casa e che credi innoqui, ma che ti stanno danneggiando . Meglio sbarazzarsi per sempre di candeggina, ammoniaca e deodoranti per ambiente . Con le nostre facilissime ricette prepariamo , invece dei degnissimi sostituti. Continua a leggere

Il trauma non elaborato ci sottrae energia

Grazie ad Einstein abbiamo capito che tutto è fatto di energia, che niente si elimina ma si trasforma, adattandosi a frequenze diverse. Noi, i nostri pensieri, i nostri ricordi, tutto è energia.

Questo spiega come un evento traumatico o emozioni inadeguate hanno il potere di provocare blocchi nel nostro sistema energetico, rendendolo debole con ripercussioni su vari aspetti del nostro benessere psicofisico. Ne parliamo con Giulia, fondatrice dell’Associazione “L’Ombra del Platano”.

“Noi siamo abituati ad identificarci con la nostra mente e con quello che pensiamo. Ma in relazione a ciò, vale la pena ricordare che la mente non è il soggetto bensì lo strumento e che siamo noi ad educarla, anche se nei secoli abbiamo perso questo potere interiore.

Facciamo un attimo di chiarezza su come è strutturato e come funziona il nostro cervello. Continua a leggere

L’oleazione con il Ghi

Con il termine Shehana si indica in Ayurveda la pratica dell’oleazione , che può essere interna o esterna a seconda del trattamento terapeutico che si vuole effettuare sulla persona . Questa sostanza alchimistica, ed estremamente sofisticata rientra tra i farmaci comunemente più usati dai medici indiani.

Prima di tutto il massaggio

Intanto, va detto che anche attraverso un massaggio o automassaggio del corpo, si esercitano in un semplice gesto molti effetti benefici necessari al mantenimento di una florida salute. Infatti, basta un capiente massaggio per riportare equilibrio nei tre Dosha, agendo su diversi meccanismi a livello fisico, mentale e interiore. Per eseguire il massaggio in India si usa spesso un olio che apporta ulteriori vantaggi. Si dice che la mano massaggiatrice pregna olio. Più frequentemente è l’olio di sesamo, semplice o medicato, ma in applicazioni specifiche viene utilizzato il Ghi.

La mano che cura

Già di per sè il passaggio della mano pulisce e apre i canali della pelle e quindi dei tessuti che avvolge e contiene. Libera gli spazi infracellulari dalle tossine stagnanti, permettendo al torrente linfatico e sanguigno di riportare il giusto equilibrio salino e alcalinizzatore nei tessuti. Inoltre, il massaggio distribuisce in maniera uniforme il calore lungo tutto il corpo e restituisce giusto ritmo alle 5 arie vitali che di conseguenza agiscono in modo adeguato sul sistema metabolico.

Effetti su sistema sottile

L’azione più importante di una giusta unzione la registriamo sul sistema sottile. Donare un ritmo scorrevole alle arie vitali, significa donare vitalità al cuore, rafforzare la forza vitale contenuta nel cuore e aprire le porte del sistema autonomo che collega la mente con il sistema dei canali sottili, le vie di comunicazione tra i centri di potenziamento e trasformazione dell’energia vitale.

Lenisce anche le infiammazioni cutanee

Ma, come dicevamo, il Ghi è una delle sostanze oleose più utilizzate per il massaggio. Soprattutto in alcune occasioni. Prima di tutto, spalmare il Ghi sull’epidermide cura gli arrossamenti e l’eccessiva sensibilità al calore, lenisce bruciature ed ustioni. Sì usa per curare disfunzioni come eczemi e psoriasi. È indicato nel periodo estivo, quando fa caldo, e può essere utilizzato in auto- massaggio quotidiano al fine di reidratare, purificare e nutrire la pelle, in modo da contrastare l’azione riscaldante e disidratante del sole. Utile anche nel trattamento di infiammazioni come la candidosi vaginale o le eruzioni cutanee ai testicoli. Tanti Ghi medicati per ogni problema di salute. Ma sono molteplici le possibili applicazioni esterne o interne a scopi medici. La funzionalità del Ghi medicato è determinata dalla miscela di erbe contenuti in esso, la loro preparazione e le ricette fanno riferimento a un’antica tradizione che si tramanda da secoli attraverso le discendenze familiari. In India, a tutt’oggi, la loro preparazione è legata questa tradizione .

Quando lo assumiamo per via orale.

Anche prese per via orale, non nel piatto ma come se fossero farmaco, queste preparazioni svolgono molteplici azioni a secondo delle sostanze aggiunte. In generale, il Ghi, una volta ingerito, risulta essere un potente antinfiammatorio in caso di ulcere gastroduodenali, coliti e nel reflusso gastroesofageo. Agisce, inoltre, sul sistema nervoso contribuendo a lenire stati d’ansia, insonnia, le sensazioni ingestibili di rabbia fino ad arrivare al trattamento di psicosi e demenza. Ovviamente, per questi impieghi, servirà un consulto con un buon centro Ayurvedico. Ne esistono anche in Italia. In alcuni casi, si prevede persino l’iniezione per via rettale per trattare situazioni di disturbi del colon ma anche della colonna vertebrale.

Uno dei protagonisti del Panchakarma

Il panchakarma è la pratica principe di purificazione e cura in Ayurveda. Tradizionalmente il trattamento ha una durata di 30 giorni. Il Ghi gruta in questa pratica viene utilizzato sia per la sua azione disintossicante, sia come efficace vettore di altre sostanze curative, poiché, grazie alla sua permeabilità lipidica, è in grado di attraversare le cellule. Così facendo le ripulisce da veleni e tossine e porta il medicamento direttamente nelle cellule in sofferenza. Spesso la sua forza nutriente si evidenzia sulla persona trattata alla fine del ciclo di panchakarma, osservando la brillantezza degli occhi del paziente, la consistenza della pelle, la mobilità delle articolazioni. Gli organi interni ritrovano regolarità e turgore e si migliora anche la loro funzionalità.

 

trevaini50Silvia Trevaini

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Sintomi di un corpo pieno di tossine

Oggigiorno purtroppo non è difficile diventare vittime di abitudini che, nella maggior parte delle volte, si rivelano essere abitudini scorrete e fonte di tossicosi per il nostro corpo e la nostra mente.

Il corpo funziona in modo più efficiente quando è privo di restrizioni. La maggior parte delle persone non tollera lo sporco sulla parte esterna del corpo. Vogliono che il loro corpo sia impeccabilmente pulito. Ci sarebbe molto da ridire, considerando il modo in cui la maggior parte delle persone ritiene di mantenere il proprio corpo pulito. Tutti, comunque, sentono la necessità di avere un corpo pulito, almeno per ciò che riguarda il di fuori. Tuttavia, più importante della pulizia esterna è quella interna. Lo sporco interno del corpo può causare danni in due modi:

-la sola presenza fisica di inquinanti interferisce con i processi corporei. Essi ostacolano le operazioni tanto quanto una folla di persone in una strada ostacola il traffico automobilistico

-tutti gli agenti inquinanti all’interno sono velenosi e tossici. Il corpo non solo si oppone violentemente alla presenza fisica di sostanze inquinanti, ma anche

 alla loro presenza chimica. Il corpo cerca di mantenere intatta l’integrità fisica e chimica. Tutto ciò che altera la consistenza di fluidi e composti elaborati dal corpo, tutto ciò che minaccia il benessere delle cellule a causa della sua natura chimica è anti-vitale, quindi velenoso. Così possiamo osservare che, per le migliori prestazioni, il corpo non deve essere ostacolato fisicamente o chimicamente nelle sue operazioni.

Prima di parlare dei sintomi di un corpo intossicato vediamo velocemente cos’è la tossiemia; e ne parliamo insieme a  Giuseppe Tedeschi laureato in Scienze della Salute, e professionista di Igiene Naturale. Continua a leggere

Tossicodipendenza

Durante la tredicesima conferenza Europad viene assegnato il Chimera Award al Dott. Matteo Pacini, psichiatra del Centro Medico Visconti di Modrone e docente di Medicina delle Dipendenze, il quale risponde alle nostre domande.

Che cos’è che resta da dire sulla tossicodipendenza da eroina nel 2018?

Tutto. Questo non vuol dire che non si sappiano molte cose, ma che il messaggio non è per niente arrivato alla popolazione. I trattamenti funzionano meglio di anni fa, per volontà di un pugno di tecnici del settore che lavorano bene, ma gli errori sono sempre gli stessi di decenni fa. La malattia non è ancora capita.

Può darsi che dipenda dal timore che le persone hanno dei tossicodipendenti, o dal senso di colpa perché non si capisce il senso del loro stile di vita?

Non si tratta per niente di giustificarli, proprio perché parlare di malattia significa che non stiamo facendo discorsi morali. Voglio dire, che non stiamo dicendo chi si impegna e chi no, chi si controlla e chi no, chi se la cerca e chi no. Un medico non distribuisce dei “voti” al paziente, tanto meno se significa dare i voti ai sintomi: dire che chi è più malato si impegna di meno, non vuole guarire, e non riesce a controllarsi un minimo, è assurdo. Significa in pratica non fare il medico. Allo stesso modo, trattare i tossicodipendenti come persone dallo stile di vita autodistruttivo, da censurare e punire, oppure da compatire, significa rinunciare a capire cosa sia questo fenomeno.

Anche il paziente però è noto per essere un paziente difficile, sfuggente e non rispetta le indicazioni

Il medico ha un’arma forte. La sua autorevolezza. I pazienti si stupiscono, e possono seguire le cure, solo perché intuiscono che c’è un metodo, e anche se questo metodo è inizialmente il contrario di quel che loro pensano. Perché in realtà quando un tossicodipendente cerca di “manipolare” il medico, non lo fa perché convinto razionalmente di quel che dice o fa, ma perché istintivamente rifugge i rapporti terapeutici e vuole mantenersi “libero” di gestire il suo rapporto con la sostanza.

Perché un tossicodipendente sceglie di curarsi?

I tossicodipendenti hanno in testa un modello, che niente ha a che fare con la cura, che in breve consiste nel disintossicarsi, rimanere puliti e se mai cercare di controllarsi nell’uso, aggiustandosi in vario modo secondo metodi che sviluppano da soli. Alcuni, che ormai capiscono di non avere possibilità di controllo, continuano però a credere di dover provare e riprovare a disintossicarsi, e rimanere puliti, con varie strategie. In questo ragionamenti mancano totalmente le uniche cose certe della dipendenza: primo, è una malattia che va per ricadute, e quindi la ricaduta (per chi non si cura) non è un “forse”, ma è esattamente quello che va curato preventivamente. Secondo, la ricaduta e quindi la dipendenza non ha bisogno di nessun “motivo”, altrimenti non sarebbe una dipendenza. Terzo, la malattia non viene da fuori, ma è un problema “di testa”, soltanto che quando si dice così significa che viene dalla testa, non che bisogna controllare lo stile e l’ambiente di vita perché così la testa resta in equilibrio. Bisogna controllare la testa.

In pratica, i tossicodipendenti finiscono per curarsi, ma non nel modo che credono o che vorrebbero, poiché questo modo riflette semplicemente il pensiero indotto dalla loro malattia. Non a caso le cure ingranano meglio quando i pazienti hanno meno libertà di scelta, come nei trattamenti imposti per vie legali. Purtroppo, anche in questo caso, spesso si assiste a trattamenti alternativi al carcere che sono scelti secondo criteri non scientifici, ma di popolarità.

In cosa consiste un trattamento per la dipendenza da oppiacei?

La sua base è una terapia chimica, fortunatamente ben tollerata, altrimenti sarebbe inapplicabile, che utilizza farmaci in grado di influenzare le parti del cervello toccate dagli oppiacei tossici, e le riporta ad un funzionamento normale. In primis, spegne l’eccesso di istinto a usare oppiacei tossici, cioè fa smettere le persone di drogarsi di oppiacei.

Non significa però sostituire una dipendenza con un’altra?

No, esattamente il contrario. Si sostituisce una tossicità con una sanazione, e questo accade perché l’oppiaceo usato è fondamentalmente diverso, fermo restando che tocca le stesse parti di cervello danneggiate dagli oppiacei. E’ la differenza tra il metadone e l’eroina (l’uno come medicinale, e l’altra come droga d’abuso), che consente alla terapia metadonica di curare la dipendenza da eroina, di riparare i danni.

Ma anche il metadone dà astinenza, e magari chi lo prende poi è costretto a tenerlo a lungo

L’astinenza è un falso problema, non c’è motivo di procurarsela facendo rapide riduzioni o sospendendo la cura. Anzi, il fatto che la persona sia assuefatta a dosi “alte” di oppiaceo è parte del metodo di cura, perché impedisce di poter usare eroina anche a dosi alte. Per essere precisi, fu questa l’ipotesi iniziale del trattamento, cioè creare le condizioni farmacologiche per fare da “scudo” all’eroina, e allo stesso tempo creare un legame con il farmaco, cosicché non potesse facilmente smetterlo, in modo che prendendolo avesse il tempo di funzionare. La stessa cosa si fa oggi con i farmaci contro le psicosi, le iniezioni che durano un mese, per impedire che il paziente, ancora alienato, sospenda subito le medicine, prima che funzionino.

Poi, il fatto che la terapia duri a lungo non è un effetto collaterale o una mostruosità, è esattamente come deve essere. Deve durare a lungo. Alcune volte senza un termine, sicuramente senza fretta di farla finire, visto che le ricadute oggigiorno sono principalmente dovute a interruzione di terapie che magari avevano funzionato benissimo finché erano state tenute.

Se le cure ci sono, perché si continua ancora a morire di eroina?

Le cronache sono piede di incidenti considerati “inspiegabili” o “tragici”, che invece non hanno niente di tragico, nel senso che corrispondono a quello che ci si può aspettare da una tossicodipendenza. Ad esempio, se una persona “va in comunità” per disintossicarsi dall’eroina, e magari per entrarvi si chiede che non assuma le uniche terapie efficaci (metadone o buprenorfina), quando poi si verificano le classiche “fughe” dalla comunità o mancati rientri, con morte per overdose o incidenti vari, è inutile chiedersi “come mai?”. E’ sostanzialmente inutile prendersela con l’ultimo spacciatore che ha venduto la dose, chiamare in causa presunte dosi “killer”, o pretendere che le comunità possano trattenere le persone in qualche modo.

L’unica cosa che trattiene “da dentro”, cioè dal cervello, i tossicodipendenti, è una cura messa bene, a dose efficace. E’ in questo modo che gradualmente smettono di farsi, è in questo modo che se si fanno è comunque improbabile che vadano in overdose, ed è in questo modo che se anche continuano ad usare non corrono rischi inutili.

La cosa assurda, in questi casi, è che il rischio di overdose è maggiore tra queste persone “guarite” che poi ricadono dopo essere uscite da carceri, comunità, cliniche, piuttosto che tra i tossicodipendenti che si fanno tutti i giorni. E questo non è accettabile: che senso ha chiamare “terapeutico” qualcosa che non fa niente di diverso da quello che farebbe un tossicodipendente da solo, e in più crea una situazione a rischio maggiore?

Quando il problema salta fuori, le persone sembrano preoccupate di una cosa sola: dire che non sono tossicodipendenti, o che non sono “come gli altri”, o che non lo sono più perché “erano puliti”. Purtroppo anche i genitori e le persone vicine spesso alimentano questa inutile negazione, perché ritengono la cosa una categoria morale, e non una malattia. Le stesse persone accettano di presentarsi come depresse, come problematiche in mille modi, a patto che non si dica che hanno una tossicodipendenza. La frase che sento più spesso è “comunque non sono un tossicodipendente di quelli classici”, “sono un tossicodipendente  atipico”.

Sicuramente però si sa che le cure non possono essere così uguali per tutti. E’ possibile ridurre il tutto ad una pillola?

Le cure hanno delle regole precise. Una delle considerazioni più inutili è che “ognuno è un caso a sé”, o che non esiste una cura uguale per tutti, perché chi ragiona così finisce per fare una cosa assurda sul piano medico e scientifico, e cioè non dare a nessuno la cura normale. Prima di scendere in dettagli personali, è bene far riferimento agli schemi generali. Non è una semplificazione del problema, significa sapere da dove iniziare.

trevaini50Silvia Trevaini

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