Si può imparare a gestire le proprie emozioni?

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Nella nostra normalità largamente predominante noi siamo esseri emotivi. La consapevolezza dell’uomo che pensiamo lo renda unico è un livello di emotività diverso. Noi ci vediamo essere felici, soffrire, avere paura, essere imbarazzati. E abbiamo quindi una reazione emotiva alla consapevolezza delle nostre emozioni. “Alcuni esempi in psichiatria sono l’ansia sociale patologica, situazione in cui il vero “tilt” non è dato tanto dall’imbarazzo, ma dalla reazione di paura al vedere sé stessi in imbarazzo (e al pensiero che gli altri lo notino allo stesso modo). Un altro esempio è il panico, nel quale è caratteristico che dopo aver sperimentato l’esperienza di un attacco di panico, rimanga il terrore di poterlo riavere. Anche quando la persona ha compreso che si tratta di panico e non di un infarto, persiste la cosiddetta “paura della paura”. Chi non riesce a muoversi liberamente o stare in determinati ambienti non ha tanto timore di poter morire, quanto paura di trovarsi nella condizione di dover vivere, consapevolmente, un attacco di panico (fobofobia)”, ci spiega il Dott. Matteo Pacini, medico chirurgo, Specialista in Psichiatria e docente di Medicina delle Dipendenze presso l’università di Pisa. Continua a leggere

La violenza psicologica

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La violenza psicologica è un’azione, o meglio un ripetersi di azioni, che colpiscono in maniera consapevole il cervello di una persona, provocando una reazione variabile, ma a partire da un primo effetto comune: il superamento della capacità di difesa immediata e la produzione quindi di una cosiddetta “ferita”. Cosa siano concretamente le violenze lo sappiamo o possiamo immaginarlo tutti, anche perché sono temi di attualità, che la società sta cercando di ripensare e sistemare, come il bullismo, la discriminazione, l’odio per determinate categorie, l’intimidazione e emarginazione sistematica sui luoghi di lavoro (mobbing). Lo sono anche fenomeni ristretti a coppie di soggetti, come le molestie assillanti (stalking) o la violenza privata fino alla segregazione, alla riduzione in schiavitù. Lo sono anche, in maniera automatica per legge, ma con un senso anche biologico, tutte quelle forme di coinvolgimento strumentale di minori o di persone con fragilità mentali in rapporti da cui un adulto non fragile trae un piacere personale o un guadagno sbilanciato su di sé, anche se il minore è apparentemente consenziente. In altre parole, quelle situazioni in cui si è usati o sfruttati in condizioni di inferiorità o di sudditanza, anche senza che sia messa in atto una esplicita minaccia. Approfondiamo l’argomento con il Dott. Matteo Pacini, medico chirurgo, Specialista in Psichiatria e docente di Medicina delle Dipendenze presso l’università di Pisa. Continua a leggere

Quando l’ansia non fa dormire

“Da tre notti non riposo, resto ad ascoltare…è la vipera che soffia, che soffia presso l’acqua”

Una delle accoppiate commerciali più fortunate è insonnia/sonnifero. A giudicare dalla mole di sonniferi venduti, si ricava che l’assunzione deve essere in molti casi regolare, ogni sera per lunghi periodi. Ciò risulta strano rispetto alle azioni dei principali sonniferi, perché il loro effetto tende a estinguersi dopo alcune settimane, e l’uso che se ne raccomanda è per periodi brevi, onde evitare l’assuefazione. Si direbbe quindi che una massa di persone abbia perso la capacità fisiologica di dormire, o che non si fidi di poterlo fare senza sonnifero. La consuetudine con questi farmaci diventa tale che molti si scordano perfino di menzionarli quando devono dire la lista di medicine che assumono. Salta fuori dopo, alla fine, o soltanto perché lo si chiede esplicitamente. C’è un sottointeso spesso in quel non menzionarlo, che è “non sono venuto qui per mettere in discussione il mio sonnifero, quello lo gestisco io”. Cosa può essere allo stesso tempo così forte da tenere le persone “strette” alle loro abitudini rassicuranti e al contempo anche molto diffuso, quindi non così strano…? L’ansia. Ne parliamo con il Dott. Matteo Pacini, medico chirurgo, Specialista in Psichiatria e docente di Medicina delle Dipendenze presso l’università di Pisa. Continua a leggere

Perché abbiamo il senso di colpa

Il senso di colpa è uno dei sentimenti più rari e particolari che si possa osservare in una persona. Non parliamo naturalmente del dispiacere transitorio di quando si pesta un piede a qualcuno per errore, o al tradimento fatto però con cognizione di causa, in cui sì, dispiace, ma d’altra parte lo si è fatto per un motivo che sul momento sembra valido. Questione anche di come gira la sorte. “Il senso di colpa è per esempio difficilissimo da valutare laddove invece la società si propone sistematicamente di valutarne peso e autenticità: nei responsabili di reati. Come è possibile pensare di valutare il senso di colpa di chi è stato arrestato o condannato ? Una volta che un progetto è fallito, certo che la persona ha spazio mentale per sentirsi in colpa, ma in colpa soprattutto di aver sbagliato a scegliere di compiere un gesto che poi lo ha portato ad aver guai con la legge”, ci spiega il Dott. Matteo Pacini, medico chirurgo, Specialista in Psichiatria e docente di Medicina delle Dipendenze presso l’università di Pisa.

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Licenza di chiedere: ossessioni e rimuginazioni

“Può capitare che dica a qualcuno dei miei pazienti, ossessionati da dubbi, domande o ragionamenti che li affliggono e li stritolano: bisognerebbe che lei ci capisse un po’ di meno, oppure fare in modo che capisca peggio”, spiega il Dott. Matteo Pacini, medico chirurgo, Specialista in Psichiatria e docente di Medicina delle Dipendenze presso l’università di Pisa. ..

La capacità del cervello di darsi risposte è uno dei nostri vanti come specie umana. A dir la verità non sappiamo esattamente quali risposte si diano le formiche o i canarini, però pare che almeno noi siamo, per dotazione organica, quelli che si pongono domande più complesse, e possono darsi risposte più complesse.

 

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La dipendenza cantata

La dipendenza da eroina è tornata di moda. Si potrebbe dire “purtroppo”, ma non c’è bisogno perché non è vero. La moda riguarda solo una sua nuova forma che da un po’ di anni ha rinnovato l’immagine delle droghe oppiacee. Perché si dice allora che i tempi peggiori erano una volta? Due i motivi. Il primo è che negli anni ’70 fino agli ’80 si era in fase epidemica, cioè rapida salita dei casi e diffusione in ogni realtà, dalle grandi città ai piccoli paesi. Il secondo motivo è che dalla fine degli anni ’90 la risposta del sistema sanitario è stata coordinata e parzialmente efficace, almeno nel contenere il dramma quotidiano. Meno overdose, minore età di richiesta delle cure, contenimento del rischio di infezione hiv, maggiore sua curabilità….. tanti vantaggi che hanno reso il dramma meno crudo. Continua a leggere